Loop

Screen


Le prime ore di settembre avevano spazzato via l’estate poco dopo la mezzanotte, quando il vento si era incanalato tra i palazzi come un treno in galleria, richiamando dai monti la prima tempesta da mesi.
Un’ora più tardi era però tutto già sfilato altrove, lontano sul mare, e dello sconquasso non restavano che gocciolii, gorgoglii, e un buio liscio come mai prima.
Ben attento a non poggiare i gomiti sul davanzale ingombro di foglie e rametti, Markus guardava tre piani più sotto la luna occhieggiare dalle pozzanghere – unica luce scampata al black-out – rapito dalla bellezza di ciò che vedeva o solamente percepiva: fresco, silenzio, il sollievo di sospirate assenze (macchine, cattivi odori e persone soprattutto) e un profumo, di asfalto bagnato e aghi di pino, che raccontava la fine dell’estate meglio di qualsiasi calendario.
Inspirò a pieni polmoni e tornò alla scrivania, dove la pagina galleggiava sul monitor del portatile attraverso il fumo di sigaretta. Cinque ore e otto minuti di autonomia residua secondo l’icona a forma di batteria: quante pagine ci stavano, in cinque ore? Al ritmo delle ultime settimane nemmeno una, non una sola riga.
Sedeva lì da un’eternità, da quando la notte era gonfia d’afa e nel soggiorno galleggiavano pigre nubi d’insetticida alla lavanda. Era stato appena un paio d’ore prima, ma dovevano essere accaduti eventi eccezionali se adesso la pelle gli s’increspava di brividi, il pulsare della discoteca era crollato in una linea piatta dopo mesi di tortura, e nessun ubriaco sbraitava nel vicolo contendendo il territorio a gatti, topi e senzatetto.
Dio solo sapeva cos’avrebbe dato pur di scrivere qualcosa di decente. Era a metà di un sospiro quando il soggiorno avvampò di bianco. Poi il tuono gli esplose addosso investendolo con la violenza di un tir…

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Frainteso – III

Seaview


puntata precedente ]

Era una faticaccia ed ero sempre più incredulo, ma ci credete che tra bufale e vaffanculo, sputi e gesti dell’ombrello, non facevamo che crescere e conquistare? Avevamo luogotenenti e generali, sicari silenziosi e boia editoriali: era una religione, ecco perché funzionava. Abbiate fede in me e nella post-verità, cantate il salmo del vaffanculo e il regno sarà vostro, senza vaccini né scie chimiche, uomo sulla luna e migranti palle al vento in hotel cinque stelle. Fede fede fede, macché prove, fanculo i dati, noi facciamo i miracoli, noi siamo il miracolo! Martellate, demolite, andate e replicatevi.

Ecco, ci siamo capiti. Insomma, per farla breve, vi dico solo che a un certo punto andammo a governare, e quello… Bè, quello sì che fu un gran casino. Cioè dai, che cazzo ne sapevamo di come si governa un paese? Il filmino coi consiglieri comunali è fico, ma quando ti fai un selfie con la tedescona triste, allora forse sei andato troppo in là. E io c’ero dentro fino al collo: una sera mangiavo linguine alle cozze e tre anni dopo ero io il partito al governo. Ma che è, uno scherzo?

Fu così che misi su la cosa del rapimento, e per un po’ me la sciallai: scuse, pianti e accuse, servizi segreti all’indice, sputtanamenti colossali, sommosse, lacrimogeni… E io? Io mangiavo formaggio e olive vista mare, all’ombra dei pini e degli oleandri. Come dici, senso di colpa? E perché mai, suvvia, mica lo volevo tutto questo, voi lo volevate, non io: voi.

Poi mi trovarono. Quel ragazzino col suo cellulare… Avete presente, no, le foto dove sembro un incrocio tra un angioletto decrepito e un’otaria spiaggiata? Ecco: mi accusarono di truffa, procurato allarme, sovversione, eversione, evasione, simulazione e, credo, invasione di campo, fuorigioco e fallo laterale. La fede dei miei era incrollabile, ma ero io, a quel punto, che non ne potevo più, che volevo solo dirglielo che il gioco è bello finché dura poco, ma come facevo? Come, eh?

Solo che poi, quando m’hanno portato in tribunale con quel codazzo di giornalisti e i flash e le domande, alla fine gliel’ho detto. Alla fine il sacco l’ho vuotato: ragazzi, ho buttato lì esasperato, ma perché cazzo avete dato retta a un comico? Sapete cosa fanno i comici? Fanno ridere, ecco cosa fanno. Questo volevo io, farvi ridere! E invece, dopo quarant’anni d’esperienza nel settore, tutto d’un botto mi prendete sul serio. A me! Mavaffanculo ragazzi, ero solo un comico. Un comico, ok?!

THE END

Frainteso – II

V-Crowd


puntata precedente ]

Infervorato, esaltato da folle gonfie come soufflé, cosa pensi che abbia fatto se non gettar benzina sul fuoco? Nel giro di un anno avevo doppiato l’audience dei bei tempi in tivvù, e il bello è che non dovevo far niente di che: sparavo a zero su la qualunque, tiravo di mortaio, sganciavo atomiche d’insulti, shrapnel di corbellerie, e il pubblico BOOM!, si sgolava in preda all’estasi. Cosa dicevo di preciso? Eh, boh, banalità, amenità che nemmeno un abboriggeno all’altro capo del mondo, eppure…

Nei miei tour ne facevo seicento quando andava bene e poi di colpo, vacca boia, mille, tremila, diecimila da nord e sud, est e ovest, in teatri e palazzetti, parcheggi e piazze, mentre paonazzo sfidavo l’embolo predicando il vangelo del vaffanculo. E la gente? Ah, la gente mi a-do-ra-va, al punto che l’amico disse “ci penso io, mettiamo su un sito, facciamo una comunità”. Un sito una comunità? Non so che dici ma se credi…

Cosa stesse accadendo, però, non mi fu davvero chiaro finché i media non cominciarono a martellarmi; allora capii e fu lì che iniziai a guardarmi intorno spaesato, a evitare i giornalisti e, quando non riuscivo a dribblarli, a sputare scomuniche e anatemi. Ma dicono a me, questi? mi chiedevo. Fondare un partito? Io? Un partito?!
Con uno sbafo di pesto sul mento il mio amico annuì gravemente: “cazzo sì, come no! Solo che mi calo chiamiamo partito…”. Così pubblicò una specie di manifesto, s’inventò liste ed elezioni, e la sera ci sganasciavamo sui curricula degli aspiranti! Voglio dire, qualcuno anche anche, ma i più… E d’improvviso questi sciamannati erano candidati. No dico, can-di-da-ti!
Vagheggiai di mettermi in gioco a mia volta, ma mentre lo spino passava da me a lui, mi spiegò che era questione di cerchio e di botte, esserci senza esserci, straparlare per non dire, attaccare per non difendermi e difendermi attaccando: “ma duro, eh, che noi siamo incazzati, noi siamo onesti, siamo nuovi e siamo la verità e tutto il resto ciccia, tutto il resto è il potere che se la fa nelle braghe”.
Ma verità de che? sbottai un giorno a pranzo, stanco di cene, canne e grappini. Imperturbabile, lui ruttò: “una qualsiasi” fece poi, “ma nuova, tutta per loro. Sono i tuoi discepoli, in fondo, devi capirli se vogliono l’esclusiva”.

leggi la terza e ultima parte

Frainteso – I

Linguine2


Una svolta imprevista, nella vita, capita a tutti prima o poi. Poi ok, c’è chi decide di tirare diritto, a volte pure contro un bel muro, e chi, invece, quella svolta la prende e magari si sdraia nel fosso. Ok, che ti lamenti a fare, il futuro è futuro e mica ci firmi un’assicurazione, ma se capita a te, la svolta, allora che fai? Ohpporcavacca, eh?! E io, cos’ho fatto io? Oh bé, ciò che io ho fatto credo tu lo sappia, ma andiamo con calma…

Quando la svolta arrivò innanzitutto ero impreparato, adesso lo capisco, ma fu tutto così rapido che sul momento mi dissi fanculo, perché no?! Così decisi di seguirla, la svolta, di abbandonare i binari, mollare gli ormeggi, insomma dilla come vuoi ma io via che andai. Il fatto, vedi, è che il cambiamento fu rapido, così rapido che non avevo il tempo di fermarmi un attimo, rapido ed eccitante, lo ammetto, soprattutto all’inizio anche se, col senno di poi, porco boia che casino! Voglio dire, a chi non è mai capitato d’essere frainteso? Metà dei matrimoni si sfascia per questo e l’altra metà è per questo che funziona ma, matrimoni a parte, proprio così cominciò, con la leggerezza con cui si dà ascolto a certi amichevoli consigli…

Da anni facevo i miei show sempre identici, cinque o seicento persone a botta, e tanto mi bastava: avevo una casa tra i fiori, uno zoccolo duro di fan immarcescibili, e la mezza età mi era dolce. Poi, però, una sera alla trattoria “Il Ghiozzo”, l’amico se ne uscì così: “vuoi farne seimila anziché seicento? Parla come sapessi tutto, dagli verità e soluzioni”. Tutto cosa? domandai, soluzioni e verità non ne ho, ammisi, ma lui succhiò una cozza e sorrise con un fruscolo di prezzemolo a obliterargli l’incisivo: “è cubico,” fa, “la gente vogliono rivelazioni! Trattali da discepoli, falli profeti, e cazzo vedrai se non ti adoreranno”.
Minchia, ma davvero? Eccola, la svolta. Pronti ai posti, mi ci buttai: farcii lo spettacolo di morchia grattata in rete come unto dalla gratella, alzai di due ottave e una ventina di decibel la voce, puntai tutto sulle loro paure più meschine e SBAM!, d’improvviso, anziché ridere mi prendevano sul serio. Cioè dico, proprio sul serio.
Merda, feci io a quel punto. Merda!

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Delfini

A rare glimpse of a megapod of spinner dolphins


Arrivai sull’isola al mattino presto e l’isola da subito non mi piacque. Era uno scoglio piatto, brullo, inclinato come una portaerei sul punto di colare a picco anche se lì, lo sapevamo, erano altre le barche che andavano a fondo.

Di ciò di cui tutti parlavano e scrivevano noi non ci accorgevamo. Vedevamo incrociare al largo le navi della marina, ogni tanto sentivamo nelle orecchie la percussione delle pale degli elicotteri e altre volte, dal porto, partivano le motovedette della Guardia Costiera. Ma era routine e non ci facevamo caso.

C’erano gli squali, dicevano, ma a me non era ancora capitata la fortuna di vederli; e c’erano i delfini, garantivano, ma nemmeno quelli avevo ancora visto.
Quel giorno uscimmo all’alba con sei clienti. Il mare era grosso e il cielo livido, ma i proprietari non vollero rinunciare ai sovrapprezzi per l’uscita al largo e così, quando arrivammo sul punto GPS, intorno a noi c’era solo mare, e onde alte color del piombo. Era agosto ma pareva febbraio, ci preparammo e saltammo in acqua.

Vagammo sulla secca tra dentici e cernie mentre la luce svaniva, risucchiata via dalla tempesta. Ogni tanto guardavamo in su e dal fondo scorgevamo gli arabeschi della pioggia sul pelo dell’acqua. Poi cominciarono i lampi e io, che avevo la responsabilità del gruppo, mi misi a guardare l’orologio con impazienza e a controllare ogni venti secondi che la chiglia della barca fosse rassicurante sulle nostre teste.

Mancavano dieci minuti quando arrivarono i delfini. Era da un po’ che tenevo d’occhio una massa di detriti galleggianti (a volte se ne incontrano, di solito scaricati dai pescherecci) sperando che la barca non avesse problemi, ma dei detriti mi dimenticai quando il branco si avvicinò nel blu. Erano dozzine, piccoli e adulti, e nuotavano placidi verso profondità a noi proibite. Restammo incantati ad ammirarli finché sfilarono negli abissi e la cosa che mai dimenticherò è come a loro volta guardassero noi, occhi carichi d’intelligenza che mi trasmisero un’infinita tristezza, una quieta rassegnazione. Fu un’emozione intensa che mi avvolse il cuore di una pace non del tutto comoda. Poi fu il momento di risalire e cominciammo la decompressione.

Quando emergemmo la barca era vicinissima, imbizzarrita su onde alte un paio di metri. Risalire a bordo fu un’impresa che il silenzio rese surreale. Ero l’ultimo, ovviamente, ed ebbi tempo di osservare i miei colleghi aiutare i clienti. Capivo il vento, le onde, la pioggia e lo stress, ma dell’euforia di quei ragazzi non rimaneva traccia, l’abbronzatura stessa si era ritratta dai loro volti esangui. Poi fu il mio turno e fui a bordo.

– Abbiamo chiamato la Capitaneria – mi disse uno con la faccia stravolta.
Io guardai il mare, i subacquei ancorati ai loro posti ed entusiasti, e aggrottai le sopracciglia: – Non mi sembra così grave.
Quello strabuzzò gli occhi: – Non li avete visti?
– I delfini? – dissi io con un sorriso un po’ incerto.
– I corpi. – rispose lui. – Cristo Santo, i corpi.

Fu la tragedia peggiore mai accaduta. Più di trecento vittime nessuna delle quali, forse a causa della tempesta, fu mai ripescata. Erano del barcone i detriti che avevo scorto e quanto ai corpi, che i miei colleghi avevano visto inabissarsi, non so che dire. Noi incontrammo un branco di delfini, ed è questo che continuerò a credere, che da qualche parte, chissà dove, vi sia un Dio buono che ha trasformato quei poveri disperati in creature splendide e innocenti che del mare non avranno mai più paura.

Contrappasso

Savana


Era cieco e congelato, con qualcosa ficcato in bocca, mani legate e polsi e gomiti torturati, e quel rumore spaventoso, da motore d’aereo, che gli rintronava fin nei denti. L’avevano rapito, porca troia, lui! Provò a urlare, a liberarsi, ma alla fine cedette e piombò esausto e inferocito nell’incoscienza.

La prima cosa che percepì fu il calore sulla pelle. Aprì gli occhi e mise a fuoco grani finissimi di terriccio rosso. Il corpo era un fascio di muscoli contratti, nervi urlanti e giunture anchilosate. “Cristo” mormorò. Era libero, nudo e riarso, e intorno a lui udiva gemiti e lamenti.

Dieci minuti più tardi si guardano l’un l’altro, sei paia d’occhi stralunati, sei visi disfatti sui corpi vizzi già ustionati e quell’espressione incredula, come in attesa di risvegliarsi nel letto di casa. Passa un’ora e c’è chi è uscito di testa, chi ha imprecato e pianto, chi giace sbavante e catatonico. Due se le sono date e uno è accartocciato nel proprio sangue, l’altro scomparso tra i tronchi immani nel secco della vegetazione alta come un uomo. Gli odori sono strani, il caldo feroce, i richiami degli animali spaventosi. E quel cielo, sulle loro teste: così vasto, troppo vasto.

C’era una cassa e dentro la cassa sei bottiglie d’acqua, sei razioni, stracci per vestiti e niente scarpe e sul fondo un biglietto: “Seguite il sole e arriverete alla costa. Trovate un passaggio e vi imbarcheranno. A pagare provvederemo noi con tutti i vostri averi accumulati dagli scranni di un paese che anziché governare avete infiammato d’odio e allagato di pregiudizi. Se sopravvivrete, forse infine capirete cosa sia quell’umanità di cui mai avete dato segno. Avete bande armate alle spalle, centinaia di chilometri da percorrere, prigioni dentro cui essere seviziati in attesa d’essere pigiati su barconi cigolanti insieme a disperati ben più meritevoli di voi di una nuova speranza. Siete profughi e migranti, Signori. Buona fortuna, ne avrete bisogno”.

Lo fanno tutti

Non faceva che zoppicargli tra i piedi, la vecchiaccia: alla bilancia l’aveva spintonato piazzando le sue tre pesche sul piatto e lasciandolo lì coi pomodori da sugo a 0,69 al chilo in braccio. Idem due minuti dopo, quando lui stava strappando i sacchetti e lei si era portata via il rotolo intero. L’aveva poi vista al banco della gastronomia attaccare una ragazzetta tra spruzzi di saliva e clacchettare di dentiere. Non aveva il numeretto, la stronza, ma blaterava di rispetto come se la parola fosse tutta e solo per lei, qualcosa che gli altri le dovevano e punto e basta, questo è quanto e tanti saluti.

Lui era tutto sommato un buon uomo, non un genio ma un buon uomo, anche se di una bontà non infinita e ormai rancida: niente lavoro, la moglie da accudire, un figlio con problemi di apprendimento, le cartelle esattoriali e l’affitto in sospeso da troppi mesi… Quando la vecchiaccia aggredì la cassiera perché il buono sui pelati non passava in cassa, quando la vide fuori del supermercato vomitare insulti sul senegalese che sistemava la spesa per l’euro dei carrelli, quando infine la trovò al bar con Camparino e tramezzino che armeggiava con quel rotolo di banconote troppo grosso…

La aspettò dietro l’angolo del parcheggio posteriore dove s’affacciavano negozi falliti e non passava mai nessuno. Lei non lo vide e di certo non lo udì, sorda doveva essere sorda, quando le piombò alle spalle. La mazzata tra collo e orecchio fu così violenta che quella sparò la dentiera a un paio di metri mentre s’afflosciava come una pera sfatta. Lui attese due secondi, vide che la bastarda non si muoveva, afferrò pesche e borsetta e a passo svelto si defilò. Ci pagò tre mesi d’affitto, con quei soldi, e gli rimasero mille euro e spicci, e quando lesse sul Gazzettino che era schiattata per emorragia cerebrale, in fondo in fondo non si sentì poi davvero colpevole. Se lo meritava, la lurida, senza contare che ormai era tutto una giungla, e quando devi lottare per sopravvivere non c’è educazione che tenga, quando è in ballo la sopravvivenza allora vale tutto. E se mai gli venne qualche dubbio in proposito, un accenno di senso di colpa o un pelo d’ansia al risveglio, gli bastava guardare la TV o aprire Facebook per capire ch’è proprio così che va il mondo e lui, finalmente, l’aveva capito. Proprio come tutti gli altri. Proprio come fanno tutti.